Puntinismo, divisionismo, e più largamente, neo-impressionismo nacquero come reazione alla sfrenata libertà di pennellata degli impressionisti; degli impressionisti i loro pittori mantennero la lezione, la scoperta rivoluzionaria che inducendo l’occhio a impastare i colori se ne creava un vibrare dinamico. Georges Seurat e Paul Signac volevano più ordine nella natura. Le loro opere ostentavano spesso l’immobilità di paesaggi e di persone, un ritorno se si vuole al Rinascimento dedito più che all’esistenza all’essenza.

L’influenza divisionista stranamente si esaurì verso la fine del secolo decimonono, ma si riaccese prepotente nel nostro, e già Van Gogh e poi Matisse ne derivarono molti aspetti. Straordinario è oggi Massimo Fiocco che adotta la pittura polverizzata come luci di fuochi artificiali subito dopo lo scoppio, a paesaggi e a ritratti, ansioso però di imporre al quadro una dinamica talvolta addirittura tempestosa. Le sue pennellate minuscole, che occupano tutta la tela, differiscono dai puntini di Seurat e Signac perché sono virgole anzichè punti, e le superfici paiono sottoposte al vento.

Attraverso il fremito delle particelle minuscole Fiocco tiene alla terza dimensione, ai volumi, alla prospettiva, agli sfondi che i neo-impressionisti e gli stessi impressionisti salvo Cèzanne trascurarono; il fogliame dei suoi alberi, i vegetali delle sue nature morte, i muscoli dei suoi nudi lievitano. Un attento studio del rapporto fra il velo frammenti sta e gli oggetti e le figure protagoniste dimostra la diligenza del pittore, oggi si direbbe quasi computerizzata, su cui non incombe regola fissa. Vale a dire che egli non tratteggia un verde o un grigio o un rosso con verdi, grigi e rossi, o lo fa consciamente, alcune volte sì, alcune volte no, ora sfoggio di coerenza ora di meditate sovrapposizioni, Il risultato è una varietà numerosa di giuochi per cui, a mo’ di esempio, il verde degli alberi se sovrapposto da pennellatine gialle o rossicce dà alla campagna un sapore di tramonto o di autunno, o i capelli rossi di una donna seduta dalla sovrapposizione di altro rosso acquistano calore fiammeggiante. Il velo mobile che Fiocco impone alle sue pitture, per di più, non fatto come si è già detto di puntini ma di svolazzi asimmetrici, gli serve per guidare l’occhio; contribuisce efficacemente a creare le già notate profondità, avvia verso piani successivi, in direzioni diverse, come animato da venti che - direbbe Dante- vengono ora quinci ora quindi. Come spiegare che tanto movimento, tanto costringere lo spettatore a non fermare lo sguardo, non porti a irrequietezza? Viene la voglia di distinguere fra tattica e strategia: tanto movimentato è l’acquisto del particolare quanto ferma è  l’architettura di ogni quadro, che si presta a suddivisioni di maniera classica, in assi centrali e orizzontali, o in diagonali, constatandone equilibri di pieni e di vuoti, dialoghi fra le tonalità. Al fremito epidermico risponde una serenità statica dell’insieme.

Nelle esposizioni italiane fra gli anni Venti e gli anni Trenta lo studio del puntinismo e del divisionismo è occorso varie volte (citiamo ad esempio il pittore Citriniti), e ricordiamo il commento dello scultore Vincenzo Gemito in buon napoletano, di fronte a un quadro del genere che figurava in un’esposizione «Sto guaglione pitta e fuie», dipinge e scappa; era curiosità, non critica. Massimo Fiocco è in gran parte nella corrente artistica italiana; benché il divisionismo nascesse primamente in Francia, benché abbia certamente guardato e ammirato Cèzanne, lo si può raccontare a Gola e a Tosi, e a Carrà post-futurista. Dagli impressionisti francesi e dagli espressionisti tedeschi Fiocco deriva la frequente rinuncia alla linea, costruendo i propri oggetti più sulle tonalità che non con il disegno. Insomma è un pittore europeo; vi convergono diverse e contrastanti esperienze e l’apparenza immediata dei suoi lavori che lo farebbe classificare un neo-divisionista è integrata da un colorismo fortemente tonale che lo distingue dai neo-impressionisti e dalla loro ottica scientifica.

Si può paragonare la pittura di Fiocco a certi offertorii musicali quando l’organo, pur procedendo in tremolo, lascia robustamente intendere le ondate melodiche; il mondo di Massimo Fiocco è lavato da una pioggia mai opaca, che bagna e imbeve ma non arresta, anzi avvia verso ciò che è lontano come una lente, pioggia di cui le carni e i campi hanno bisogno, che non vela ma rivela. Artista di contrasti, c’è in lui tecnica meticolosa e ingenuità; curiosa è la sua freschezza.

Ruggero Orlando